Dipendente a tempo pieno e libero professionista nel tempo libero: reddito troppo basso. Sentenza della Cassazione.
Un geometra, dipendente a tempo pieno in un’azienda privata, svolgeva la libera professione nel tempo libero, ma questa situazione non può legittimare il reddito negativo dichiarato.

 
La Cassazione, con sentenza n. 22698 del 4 ottobre 2013, ha stabilito che è legittimo l’“avviso di accertamento” (con cui l’Amministrazione Finanziaria rettificava il reddito dichiarato sulla base dei parametri previsti dalla L. 549/95 e dal DPCM 29-1-1996) emesso dal Fisco nei suoi confronti nell’anno 1996.
 
Tuttavia, viene giustificato l’innalzamento del reddito fino a “9milioni di lire” e non fino a “14milioni e 200mila lire” come prevedeva il Fisco.
 
Il geometra aveva proposto ricorso, ma con sentenza depositata il 24 maggio 2007 la CTR Campania, sulla base dei dati e degli elementi contabili rilevati dall’avviso di accertamento, desumeva che l’accertamento operato dall’Agenzia non era del tutto infondato; di conseguenza, tenuto conto del reddito accertato a fini IRPEF di lire 14.200.000 e della residualità dell’attività di libero professionista svolta dal contribuente, determinava in modo equo un reddito imponibile di lavoro autonomo pari a lire 9.000.000.
Il contribuente ha quindi presentato ricorso in Cassazione. I motivi del ricorso sono infondati per la Suprema Corte.
 
La procedura di accertamento tributario mediante l’applicazione dei parametri costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui precisione, tuttavia, nasce solo in esito al contraddittorio “da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente” che può giustificare l’esclusione dagli standard.
 
Se non risponde all’invito al contraddittorio, il contribuente si assume le conseguenze del suo comportamento e l’Ufficio può motivare l’accertamento “sulla sola base dell’applicazione degli standards, dando conto dell’impossibilità di costituire il contraddittorio con il contribuente”.