La Cassazione Civile, Sez. Lav., stabilisce con la sentenza del 5 febbraio 2013, n. 2605 l’infortunio sul lavoro ad un lavoratore socialmente utile: configurazione di una responsabilità contrattuale del Comune.


Il fatto. Con sentenza del 14.7.2009, la Corte di Appello di Roma ha respinto il gravame proposto da un dipendente avverso la sentenza del 23.9.2005, con la quale il Tribunale di Cassino aveva rigettato la domanda proposta nei confronti del Comune di Castelliri, alle cui dipendenze l’uomo aveva lavorato quale lavoratore socialmente utile (l.s.u.), per il risarcimento del danno subito a seguito di infortunio sul lavoro.
Un decespugliatore aveva creato il danno all’appellante, facendo schizzare un sasso che lo aveva colpito all’occhio.


L’uomo ricorre con due motivi.
Innanzitutto, l’appellante denunzia violazione, mancata e/o errata applicazione dell’art. 2087 ce, dell’art. 2043 ce. e della legge 626/94, norme antinfortunistiche antecedenti e/o successive, nonché omessa insufficiente, illegittima, errata e contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360 n. 5 cp.c. I lavoratori l.s.u. sono in tutto e per tutto assimilabili ai lavoratori dipendenti, con cui condividono il medesimo concreto regime, e che era stata fornita prova in ordine alla responsabilità colposa del Comune in relazione al mancato adempimento dell’obbligo di protezione posto dalla legge a carico del datore/gestore del lavoro, sotto il duplice profilo della mancanza di vigilanza sull’operazione del decespugliatore, il quale non aveva rispettato la distanza di sicurezza, e della mancata predisposizione dei presidi di sicurezza (occhiali) per il raccoglitore.


Il Comune non aveva mai fatto un valutazione dei rischi connessi alle lavorazioni comandate ai propri dipendenti ed impiegati (violazione dell’art. 3 d. Igs 626/94), mai proceduto ad una valutazione dei rischi (come prescritto dall’ai 4 del menzionato decreto legislativo), mai organizzato un servizio di prevenzione e protezione (art.8), mai fornito le informazioni necessarie e sufficienti anche agli l.s.u., (art. 21), né provveduto alla loro formazione (art. 4) ed a fornire agli stessi le necessarie attrezzature idonee a scongiurare rischi evidenti (artt. 35 e 41 del d. Igs. 626/94).


Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta la violazione e la mancata e/o errata applicazione dell’art. 52 del D.P.R. 1124/1965 e ss. modificazioni, l’illegittima declaratoria dì decorrenza dell’indennità, nonché l’omessa, insufficiente, illegittima, errata e contraddittoria motivazione in relazione all’artt. 360 n. 5 c.p.c., con riferimento alla consolidata giurisprudenza interna e della Corte europea dei diritti dell’uomo, della convenzione europea, in ordine ai presupposti e criteri risarcitori utilizzabili per il caso in esame. Nello specifico, contesta l’errore di giudizio in ordine alla identificazione del legale rappresentante del Comune di Castelliri, al quale era stato tempestivamente riferito dell’infortunio e che ha confermato la circostanza. Formula, all’esito della parte argomentativa, quesiti ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c.


Il ricorso è infondato.
Il primo motivo deve essere disatteso in forza dell’assorbente considerazione che non può qualificarsi come rapporto di lavoro subordinato l’occupazione temporanea di lavoratori socialmente utili alle dipendenze di un ente comunale per l’attuazione di un apposito progetto. Ne consegue che, in difetto della configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato, non può trovare applicazione la disciplina che regola quest’ultimo (v,, tra le altre, Cass. 7.22.2008 n. 1887). Da ciò discende che, come correttamente osservato dalla Corte territoriale, deve escludersi la responsabilità contrattuale dell’ente Comunale ex art. 2087 c.c., invocata dal ricorrente.


I lavoratori socialmente utili non possono beneficiare delle garanzie connesse alla sussistenza di un rapporto di lavoro con l’ente comunale, che genera in capo al datore di lavoro l’obbligo dì attenersi all’osservanza delle norme antinfortunistiche a tutela dei propri dipendenti, essendo evidente la diversità del rapporto che lega il lavoratore socialmente utile all’ente utilizzatore, inserito nel quadro di un programma specifico che utilizza i contributi pubblici.
Posto quanto sopra, ritiene la Corte che, pure essendo in linea di principio condivisibile che le norme antinfortunistiche trovino applicazione seppure in via indiretta anche a tutela dei lavoratori socialmente utili, risulta immune dalle censure formulate la decisione della Corte del merito che ha nella sostanza escluso ogni responsabilità del Comune utilizzatore, non ravvisando alcun comportamento colposo omissivo o commissivo dello stesso. È stato, comunque osservato che dall’istruttoria espletata è emerso che erano stati utilizzati accorgimenti per impedire l’evento dannoso, avendo il Comune, “tra l’altro predisposto un cartello, con il quale si avvertiva che il decespugliatore doveva essere usato mantenendo una certa distanza da altre persone o altri lavoratori e che ciò escludeva la necessità per i raccoglitori di erba di indossare la maschera, prevista per l’addetto decespugliatore”.
Anche il secondo motivo di ricorso deve ritenersi non condivisibile. La norma di cui all’art. 52 D.P. 1124/1965. invocata e della quale si assume la violazione e falsa applicazione dispone che “L’assicurato è obbligato a dare immediata notizia di qualsiasi infortunio che gi accada, anche se di lieve entità, al proprio datore di lavoro. Quando l’assicurato abbia trascurato di ottemperare all’obbligo predetto ed il datore di lavoro, non essendo venuto altrimenti a conoscenza dell’infortunio, non abbia fatto la denuncia ai termini dell’articolo successivo, non è corrisposta l’indennità per i giorni antecedenti a quello in cui il datore di lavoro ha avuto notizia dell’infortunio”.


Le svolte considerazioni conducono al rigetto del ricorso dell’appellante.